Sono nato da una bottiglia di plastica di yogurt da bere. O almeno, questa è la parte della storia che tutti conoscono.
Una notte, quando il Junior Lab era vuoto e le luci si erano spente, qualcosa è cambiato: ho aperto gli occhi, ho guardato attorno a me e ho capito che ero nel posto giusto. Tra tavoli da lavoro, strumenti, disegni, modelli e oggetti pieni di idee, ho scoperto che il design non è una parola difficile: è un modo per fare domande alle cose.
Vivo all'ADI Design Museum. Conosco i passaggi segreti del laboratorio, so dove finiscono i ritagli più interessanti e quali materiali fanno venire le idee migliori. Ma soprattutto conosco gli oggetti: quelli che usiamo ogni giorno, quelli che non notiamo più, quelli strani, geniali, comodi, scomodissimi o ancora tutti da inventare.
Insieme possiamo smontare le idee, osservare i dettagli, immaginare soluzioni nuove e trasformare materiali comuni in prototipi, storie e piccoli esperimenti.
Io ho un sacco di domande. Voi portate la vostra curiosità, l'immaginazione, la voglia di sporcarsi le mani e partiamo insieme per una meravigliosa avventura!!!
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La mia storia comincia con un contenitore che aveva già svolto il suo compito. Era stato progettato per contenere una bevanda, essere tenuto in mano, aperto, richiuso — forse — e poi dimenticato. Io invece ho deciso di continuare.
Essere nato da un oggetto comune mi ha insegnato una cosa importante: ogni oggetto porta con sé una storia fatta di materiali, persone, bisogni, scelte, errori e possibilità. E ogni oggetto può insegnarci qualcosa su come abitiamo il mondo.
Per questo mi piace particolarmente tutto ciò che viene recuperato, trasformato e reinventato. Non perché gli oggetti debbano diventare per forza qualcos'altro, ma perché imparare a guardarli da un nuovo punto di vista è già un primo progetto.